L'uomo che toglieva le camicie di forza

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Ritorno all'Osservanza: videointervista a Giorgio Antonucci, il liberatore dei matti di Imola.

L'uomo che toglieva le camicie di forza

Imola. Una normale scheda su Giorgio Antonucci direbbe che si è laureato in medicina nel 1963 all'Università di Siena, che nel 1969 ha incominciato a lavorare con Basaglia a Gorizia e tra il 1970 e il 1972 ha diretto i Centri di Igiene Mentale del territorio dell'Appennino reggiano. Dal 1973 al 1996 ha lavorato a Imola allo smantellamento di due manicomi e costruendo strutture alternative per i lungodegenti.

Tutto vero, ma dice poco o nulla. Perché Giorgio Antonucci è innanzitutto un “liberatore”, uno che ha liberato i reclusi nei manicomi, persone che per anni erano state rinchiuse in una stanza, legate al letto, sottoposte a elettroshock, imbottite di psicofarmaci. E per liberare queste persone non è sufficiente aprire delle porte, ma bisogna ricondurle lentamente alla vita. Questo ha fatto Antonucci, ha ridato libertà e vita a centinaia di esseri umani. Questo andrebbe scritto nelle sue schede biografiche, ma per qualche motivo non si fa. Si scrive un normale curriculum. Ma una persona normale quante persone aiuta a liberare? A quante ricostruisce l’esistenza?

Si dirà, ma lui è un medico, è suo compito preciso ridare la vita alle persone. Già, ma quei campi di concentramento che chiamiamo manicomi erano stati riempiti su indicazione di altri medici. E Antonucci era considerato un eretico mentre i medici normali erano quelli che credevano che si potesse curare qualcuno tenendolo legato al letto o sottoponendolo a elettroshock.

Chi è normale chi è folle? Chi è realmente pericoloso? È più pericolosa la libertà o chi intende limitarla? È più pericoloso l’omosessuale o chi intende limitarne i diritti?

A chi volesse farsi un’idea sull’argomento, consigliamo la lettura dell’ultimo libro di Antonucci: “Diario dal manicomio”. Appunti sparsi e volutamente disordinati sulla sua esperienza ventennale all’Osservanza, il manicomio di Imola.

Un vero e proprio campo di concentramento, le cui vittime, però, continuano ad essere emarginate, mentre la mentalità che li aveva creati è sempre più diffusa e pervasiva. Una mentalità ben descritta nel libro di Antonucci:

«L’uomo non è considerato un essere vivente dotato di libertà, ma piuttosto è visto come un genere particolare di macchina che funziona bene o male, secondo la sua più o meno duttile disposizione ad adattarsi o a sottomettersi alla società in cui vive. È un concetto utile a chi vuole mantenere l’ordine stabilito con i mezzi del potere e della costrizione, considerando i dissidenti, i ribelli e gli scontenti come cervelli guasti da aggiustare, invece che individui creativi capaci di scelta, quindi non sempre riducibili a modelli precostituiti e a principi autoritari».

Esagerazioni? Ma non è forse vero, come sostiene Antonucci, che «la vita sociale interna è ormai considerata in primo luogo un problema di ordine pubblico?» La sicurezza non è, da anni, al primo posto dell’agenda politica? La libertà in che posizione si trova?

È vero che in Italia esiste un problema di “legalità”, ma bene fa Antonucci a ricordare come Adolf Eichmann rimanga il modello insuperabile del cittadino rispettoso delle leggi. Perché troppo spesso pensiamo di risolvere tutti i nostri problemi aumentando la popolazione carceraria o con leggi repressive, a destra come a sinistra.

Diario dal manicomio” è quindi una lettura non solo utile ma necessaria, una lettura che ha spinto sabatoseraonline a chiedere ad Antonucci di tornare sul luogo della “liberazione” per raccontare attraverso immagini video cosa era un manicomio: chi lo aveva creato, come è stato smantellato.

Il risultato è una videointervista autoprodotta.

I pochi mezzi a disposizione non ci hanno permesso un risultato perfetto, l’integrazione dei filmati delle due videocamere e di esse con la registrazione audio si è rivelata più complessa del previsto, ma crediamo che il risultato sia comunque apprezzabile, perché il testo scritto, soprattutto quando letto su un terminale video, rende meno immediata la comprensione di quella mostruosa aberrazione che furono i manicomi.

Buona visione.

(Nota: l'intervista è realizzata in tre parti da vedere nella sequenza data qui sotto.)

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